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SHEL SHAPIRO MAURIZIO VANDELLI: Il passato torna tra luci ed ombre (Recensione concerto) #ShapiroVandelli #MaurizioVandelli #LoveAndPeaceTour

30/01/2019

 

SHEL SHAPIRO e MAURIZIO VANDELLI

Love and Peace tour

29 Gennaio 2019

Teatro Ciak

Milano

 

Voto: 6,0

 

Di Luca Trambusti

 

LEGGI QUI L’INTERVISTA

 

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Shel Shapiro e Maurizio Vandelli insieme sul palco. La rivalità Rokes Equipe 84 ha fatto parte dell’immaginario italiano di fine anni ’60. A 50 anni di distanza ciò che allora sembrava impossibile si è concretizzato con il classico binomio disco/tour. Prima il CD “Love And Peace” e poi l’omonimo tour che si sta avvicinando alla fine dopo aver portato i due in giro per l’Italia. Ovviamente il tutto all’insegna del loro ricco repertorio e, per il live di molte altre cover. In entrambi gli ambiti poi una traccia nuova. Ovviamente non trattandosi di una raccolta ma di una rilettura di successi, i brani sono stati completamente rivisti in una chiave molto più rock abbandonando il beat inziale nel tentativo di “modernizzare” le canzoni, di renderle più attuali. A tal proposito c’è da dire che nella sfida tra le due band la “vittoria” per la modernità dei testi va assegnata alla band inglese.

 

Dunque il materiale con cui dovevano e devono fare i conti i due “giovanotti” è materia storica, un pezzo della musica italiana della metà/fine anni ’60 ed anche a quel pubblico, a chi c’era allora e torna oggi, si rivolgono i protagonisti del progetto. Così in sala le teste bianche (per gli uomini) o bionde (per le signore) sono in schiacciante maggioranza.

 

La serata però non è delle migliori: Maurizio Vandelli è afflitto da una forte tracheite che ne condiziona l’esibizione e spesso è costretto ad allontanarsi dal microfono per tossire o schiarirsi la voce. Verso fine serata la voce è evidentemente in grande affanno. Anche la voce di Shel non sembra perfettamente in forma, appare un po’ spompata, spesso non riesce a coprire gli strumenti. Quando però “esce” è sempre molto particolare anche per il suo inconfondibile accento.

 

Sul palco i due sono accompagnati da altri due chitarristi solisti, un tastierista e la base ritmica di basso/batteria. Sono proprio le chitarre elettriche a guidare il suono anche se il ruolo delle tastiere non è certo secondario. Il risultato è un muro sonoro, costruito con mattoni rock a cui si affianca a metà concerto uno spazio acustico. I due inoltre si alternano alle esecuzioni, o duettano ed a volte si scambiano le esecuzioni in un gioco di specchi (ciò che era di Vandelli lo canta Shapiro e viceversa).

 

Sono arrangiamenti nuovi, robusti, con qualche inserto elettronico ed i suoni delle tastiere non sempre freschissimi. Le canzoni mutano completamente, via quella freschezza ed ingenuità beat degli originali a tutto vantaggio di un rock un po’ di maniera che a volte graffia ed in molti altri casi pare invece un po’ forzato, spingendo sui volumi. Nella scaletta molti brani hanno una buona veste (“Che Colpa Abbiamo Noi”, “29 Settembre”, “Bang Bang” ed il medley battistiano “La Luce Dell’Est + Io Vorrei Non Vorrei…” sempre emozionante) mentre altre non riescono ad enfatizzare gli originali (“4 marzo 1943”, “Casa Mia” o “Losing My Religion” dei REM).

 

Dal palco i due ripropongono tutte le tracce del disco e poi uniscono alcune cover, pescando parecchie cose dal repertorio di Battisti/Mogol (peraltro molto legato a Vandelli). Insomma, gli piace vincere facile. Le canzoni di Battisti sono sicuramente immortali, un collante intergenerazionale e senza tempo e quindi sempre ben accette dal pubblico.

 

 

C’è poi una parte teatrale, dei siparietti, che uniscono i vari brani. I due giocano sulla loro incompatibilità caratteriale ed artistica in un gioco un po’ posticcio dove vogliono forzatamente voler apparire simpatici ed empatici. Un po’ confusionario nella sua spontaneità il “parlato” della parte acustica. Molto più sanguigno Vandelli, un po’ più ingessato Shapiro. L’inglese però si prende in carico anche la parte più politica dello spettacolo, con riferimento ai migranti ma soprattutto ripescano nello storico rapporto tra protesta e musica/canzone e quindi toccando il repertorio di Bob Dylan (“Blowin In The Wind”) e facendo introdurre “Dreamin’ California” dallo storico discorso “I have a dream….” di MLK.

 

In sostanza il “Peace And Love” gioca sulla forza e storicità delle canzoni che offrono grande affetto al pubblico il quale risponde con trasporto e l’immancabile effetto Karaoke. Giocano coscientemente sui sentimenti, sul passato e sulla forza di ciò che sono stati. Alcuni momenti sono attuali, altri risentono del peso e della “convenienza” di tutta questa operazione. Sono proprio questi giganti musicali che mettono in campo a salvare lo spettacolo. Ma si va per quello, certi e bisognosi di trovare ciò che ci si aspetta.

 

Ecco le date del “Peace & Love Tour”

 

FIRENZE, 10 dicembre, Teatro Verdi

ROMA, 11 dicembre, Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli

TORINO, 13 dicembre, Teatro Colosseo

BOLOGNA, 15 dicembre, Teatro Manzoni

LA SPEZIA, 19 gennaio, Teatro Civico

BRESCIA, 25 gennaio, Dis_play

MILANO, 29 gennaio, Teatro Ciak

TRENTO, 31 gennaio, Auditorium Santa Chiara

SCHIO (VICENZA), 1 febbraio, Teatro Astra

 

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