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LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA: Un concerto contemplativo, meditativo e mistico, un commiato raccolto (Recensione concerto) #LeLuciDellaCentraleElettrica

24/11/2018

 

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

Le Luci della Centrale Elettrica 2008-2018, dieci anni tra la via Emilia e la via Lattea tour

23 Novembre 2018

Auditorium Parco della Musica

Roma

Voto: 9,0

 

Di Francesca Amodio

 

È stato senza dubbio uno dei live più attesi di questo 2018 che oramai volge al termine, quello del ferrarese Vasco Brondi, soprattutto da quando, in una tarda mattinata di ottobre, sui suoi profili social comparve questo come incipit di un suo post: “Tra due giorni esce il doppio disco 2008/2018 tra la via Emilia e la via Lattea. Con questo disco doppio per me si chiude il progetto Le Luci della Centrale Elettrica”. Il lungo post continuava sereno e pacato, proprio come è stata la prima romana all’Auditorium Parco della Musica de “Le Luci della Centrale Elettrica 2008-2018, dieci anni tra la via Emilia e la via Lattea tour”, probabilmente l’ultimo con questo nome, anche titolo del suo libro-diario di bordo di questa decade, appena uscito, perché, come prosegue Brondi nel post, “è una cosa che percepisce con sicurezza e serenità, per alleggerirsi, ripartire in altre direzioni senza questo nome, per rispetto, per non utilizzarlo come sostegno o scudo”.

 

Accompagnato da Daniela Savoldi al violoncello, Rodrigo D’Erasmo al violino/tastiere, Anselmo Luisi alla batteria/percussioni, Andrea Faccioli alle chitarre e Gabriele Lazzarotti al basso, con una scaletta che non delude proprio nessuno, né i fedelissimi adepti della prima ora e né i nuovi dell’ultima – si va da “Qui”, “Stelle marine”, “Nel profondo Veneto”, “Un bar sulla via Lattea”, “Moscerini”, “Waltz degli scafisti”, a “Piromani”, “Per combattere l’acne”, “Le ragazze stanno bene”, “Quando tornerai dall’estero”, “Cara catastrofe”, “I destini generali”, “Macbeth nella nebbia”, “La gigantesca scritta Coop”, il tutto intervallato dalle poesie dei poeti sudamericani, come Roberto Bolano, e dalla cover di “Amandoti” degli adorati CCCP.

 

Quest’ultimo di Brondi a nome de Le Luci della Centrale Elettrica è un concerto contemplativo, meditativo e mistico, un commiato raccolto e commovente che il pubblico capitolino accetta rispettoso, in un’atmosfera requiem da scontro tranquillo, per dirsi arrivederci col brivido e la paura dell’ignoto e di ciò che sarà, perché in fondo, come dice il nostro, “immenso smarrimento (è) immensa libertà”.

 

Molto dobbiamo, noi degli anni zero, a questo cantautore sui generis da sempre, e che da sempre se ne frega delle mode e dei costumi che si devono indossare e soprattutto di quelli da seguire; Brondi è uno che si è inventato un linguaggio nuovissimo pur non inventandosi fondamentalmente niente, e che quindi, come tutti i grandi, ammalia e divide, fra quelli che lo tacciano di mero citazionismo finemente rivisitato e quelli adoranti, che hanno trovato nel suo cantautorato la via d’uscita, la zona di conforto e di fuga dall’omologazione e dalla banalità.

 

Brondi porta a casa un concerto scevro di fronzoli, che dura più di due ore senza interruzioni, incantando l’attenta platea, che gli regala un meritato sold-out, col suo carisma puro e senza sovrastrutture alcune, il tutto condito dai racconti dei viaggi in macchina con Giorgio Canali a vent’anni e quelli con Massimo Zamboni parecchio lontano da casa, su una zattera sul mare.

 

Il fascino di Brondi sta nella sua atipicità non ostentata come virtù ma fruita semplicemente e naturalmente, con le parole di questo trentenne curioso e colto che stregano e incollano lo spettatore ai suoi racconti di una decade di vita in musica, di sogni brillantemente realizzati e di quelli ancora da sognare. Niente balli scoordinati stavolta, solo un ragazzino che è diventato un uomo e che nella sua veste completamente nera si mette a nudo con grazia e maestria, senza filtri, senza orpelli.

 

Le gesta canore ed artistiche di questa sera di questo grande cantautore dalla personalità genuinamente enigmatica rimarranno nelle memorie dei più, che con stimolo e curiosità restano in attesa di un'altra via Lattea e di altre galassie, forse ancora più lontane o forse incredibilmente più vicine, sempre nell’impronta lunare e terrestre di Vasco Brondi, un rivoluzionario tranquillo a cui le nuove generazioni musicali devono e dovranno sicuramente moltissimo.

 

 

 

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