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FLAMING LIPS: Con colori, spettacolo e volume tramortiscono lo spettatore (Recensione concerto) #FlamingLips

15/11/2018

 

FLAMING LIPS

14 Novembre 2018

Alcatraz

Milano

Voto: 8,0

 

Di Luca Trambusti

 

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Geniali? Irriverenti? Rivoluzionari? Creativi? Furenti? Zappiani? Circensi? Rumorosi? Colorati? Appariscenti? Esagerati? Parlando dei Flaming Lips e, soprattutto, dei loro concerti ad ognuna di queste semplici domande si potrebbe rispondere: sì. La conferma è arrivata da quanto visto all’Alcatraz di Milano in occasione del loro unico passaggio in Italia.

 

La band americana, capitanata da Wayne Coyne, ha ampiamente confermato che per loro, il concerto è una forma spettacolo in cui tutto si trasforma e diventa magmatico ed informe rispetto ai tradizionali canoni del concerto stesso.

 

Sin dall’inizio si capisce che quello che andrà in scena non sarà una cosa “ordinaria” ma uno spettacolo dominato da un’ordinaria ed ordinata follia che mette insieme tanti elementi scenici, a volte semplici e consunti a volte semplici ma ancora efficaci. Colpisce sin da subito (oltre allo stravagante look di Coyne che si presenta in scena con un occhio bendato ed una strana, incomprensibile specie di pettorina) le luci, i colori e tutto il corollario di spettacolo che fanno parte del concerto stesso. Dopo le note di apertura di “Also sprach Zarathustra”, di Strauss segue un’esplosione di luci colorate, di coriandoli a pioggia sparati sul pubblico, di enormi palloni che rimbalzano di spettatore in spettatore o in direzione palco/pubblico e/o viceversa. E’ un clima festoso ma non da villaggio turistico perché sotto c’è una base musicale martellante, travolgente, fatta di suoni di tastiere ed una incredibile e pulsante base ritmica (sul palco ben due batterie).

 

Questo è il mood, l’atmosfera che accompagna tutto il concerto, i coriandoli ed i palloni si ritroveranno nel corso della serata in altre occasioni, insieme a strutture gonfiabili (che a volte hanno anche qualche inconveniente tecnico). Su tutto però la musica che non darà mai tregua, muovendosi tra rock psichedelico, ritmi serrati, qualche concessione al pop, parecchio glam  rock, durezze post punk e tanto sudore su “canzoni” enormemente dilatate. Coyne tiene sempre la scena (il resto della band sta un passo indietro), piccoli accorgimenti sorprendono il pubblico per le due ore di concerto (ma tale definizione è riduttiva), la musica è frastornante, pulsante penetra nelle orecchie e nel cervello sino ad arrivare ad un’impressionante ed insopportabile volume al termine del crescendo di “The Captain” (in molti si sono portati le mani alle orecchie per attenuare la pressione sonora). Martellante, evocativa e psichedelica è invece la lunga ”There Should Be Unicorns” con tanto di Coyne che canta a cavallo di un cavallo di legno mentre attraversa la platea tra il pubblico ed un muro di telefonini.

 

Ancora il cantante cerca il contatto con il pubblico quando, sulle note di una credibile versione di “Space Oddity”, cantata all’interno di una bolla di plastica trasparente, cammina letteralmente sul pubblico raggiungendo un palchetto in zona mixer e tornando indietro.

 

Ancora da segnalare le luci, la loro struttura ed il loro impianto scenico. Non ci sono torri di fari ma un grande muro di led alle spalle della band che si illumina continuamente, giocando tra i colori, scrivendo parole o rammentando una visione spaziale. Poi ci sono i fumi, i già detti coriandoli sparati dalle macchine ma anche distribuiti a mano dal frontman. Tutto fa parte del repertorio della band, che porta in scena da sempre spettacoli di questo tipo, adattandoli al tempo ed alla tecnologia. Ricordiamo che il primo disco dei Flamings Lips risale al 1986 (i telefonini per riprendere tutto lo show non c’erano ancora) e l’ultimo al 2017.

 

Tanta roba dunque, tanta carne al fuoco ed alla fine una tale abbondanza rischia di portare un po’ all’indigestione ed al voler assaggiare un po’ di tutto senza però effettivamente gustare sino in fondo anche uno solo degli elementi. Per questo un concerto dei Flaming Lips risulta alla fine un’esperienza bella, divertente, affascinante ma stancante per le tante sollecitazioni a cui si va incontro; anche se si è preparati il tempo è così pieno che a volte si fa fatica a trovare la giusta chiave interpretativa del momento: lasciarsi andare allo spettacolo o alla musica? Sensazione che in realtà arriva solo verso al fine del concerto quando la “bilancia” inizia a tentennare in una direzione o l’altra (la scelta è soggettiva). In realtà, i  un’era di visualizzazioni, di riprese, lo spostamento verso la “testimonianza” è ben presente per tutta la durata del concerto.

 

Sicuramente però affascinano, colpiscono e tramortiscono lo spettatore. Comunque bravi anche per la lunga carriera (anche se solo due sono gli elementi fondatori sopravvissuti) e per la netta frattura che sanno creare tra disco e live.

 

 

 

 

 

 

 

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