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WILLIE PEYOTE: Un cantore del suo tempo con un rap sui generis (Recensione concerto) #WilliePeyote #SindromeDiToretTour

11/06/2018

 

 

WILLIE PEYOTE

09 Giugno 2018

Fortezza Vecchia

Livorno

Voto: 8

 

di Francesca Amodio

 

Era uno dei nomi più attesi del Deep Festival di Livorno quello del rapper torinese Willie Peyote, classe 1985, all’anagrafe Guglielmo Bruno, nato bassista con la vocazione per il rock che solo anni più tardi coniugherà con l’illuminazione per il rap, elementi, questi, ben assortiti nel suo ultimo lavoro “Sindrome di Tôret”.

 

Accompagnato da Dario Panza alla batteria, Luca Romeo al basso, Danny Bronzini alla chitarra e Frank Sativa – produttore dell’album insieme a Kavah - alle tastiere e samples, Willie Peyote regala al suo affezionatissimo seguito toscano un live ineccepibile sotto ogni punto di vista, tecnico, musicale, comunicativo, grazie al suo indiscutibile carisma e alla sua innegabile originalità: nella suggestiva cornice della Fortezza Vecchia livornese infatti, un pubblico assolutamente eterogeneo, che va da scatenatissimi giovani fino ad adulti che ascoltano attenti ed incuriositi, sarebbe riduttivo affermare di aver assistito limitatamente ad un concerto rap, anche perché, a sottrazione di molti fra questi ultimi, la differenza la fa senz’altro la musica suonata, in questo caso da una band meravigliosamente ben assortita ed amalgamata, che senza dubbio è un valore aggiunto che dà quel quid di spessore all’intero live, che fa quindi a meno delle basi, nel risultato di un sound diretto ed efficace, coinvolgente ed entusiasmante.

 

 

Con un timbro accattivante, un flow perfetto, che sposano rime originali, sul pezzo, affascinanti, con un occhio all’elaborazione del citazionismo ed uno alla contemporaneità, mai scontate o banali ma sempre sorprendenti, acute e pungenti, la proposta di Peyote convince dal vivo più che mai, regalando uno show che cattura gli occhi e le orecchie delle oltre seimila persone che oramai affollano i suoi concerti, letteralmente ammaliate e divertite da un rap sui generis che adorabilmente schiva il rischio di omologazione, che per il genere in questione, se non si ha maestria ed ingegno, è paurosamente spesso dietro l’angolo, per attuare invece una progetto invitante e fascinoso.

 

L’amore per la lirica del cantautorato italiano c’è e si riflette nelle rime de “La sindrome di Tôret”, concept sulla libertà d’espressione spesso inquinata dalla tecnologia, soprattutto in tracce intense, cariche e decise come “Ottima scusa”, “Metti che domani”, “Il gioco delle parti”, “Vendesi” (feat. Roy Paci), “Vilipendio”.

 

Peyote è un cantore del suo tempo che mette in scena i vizi e le virtù dei suoi pari spassosamente, senza inchiodarsi al pulpito: questo indubbiamente piace e persuade i più, che apprezzano la sua forma di comunicazione diretta e senza fronzoli, sicuramente vincente.

 

 

 

 

 

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